Viaggiare rende felici? Quante volte ci siamo detti frasi come “vorrei cambiare vita“, “mollerei tutto e partirei” e altre mezze promesse fatte a noi stessi che in fondo non abbiamo mai mantenuto? Sono state quelle le occasioni in cui abbiamo potenzialmente negato a noi stessi la felicità?

La verità è che dentro di noi c’è un senso di libertà che non smette di lottare, che ci fa sentire l’esigenza di mollare tutto, rinunciare agli schemi, abbandonare una realtà che ci impone i suoi ritmi e vivere la vita per una volta secondo la nostra concezione di ‘vita’.

Ma le responsabilità, gli impegni di cui abbiamo riempito la nostra quotidianità, la casa, i conti da pagare, gli amici, la famiglia e chissà quante altre cose possono finirci in mezzo, spesso bloccando tutti i nostri sentimenti di ricerca dell’IO e facendoci pensare che in fondo è meglio continuare a fare quello che si è sempre fatto: “ciò che è giusto”.

Ma cosa c’è di più giusto se non quello che lo è per noi stessi?

D’altronde si sa, ognuno di noi è una persona diversa, ha esigenze e necessità differenti, e questo si applica anche al bisogno di essere felici.

Non c’è una ricetta specifica che può funzionare per tutti universalmente, per cui tocca farsela da sé e metterci tutto l’impegno per personalizzarla finché funzioni a dovere. Spesso, in tutto il processo di trovare la felicità, è più difficile accettare la sottile consapevolezza della propria unicità che andare effettivamente incontro a sé stessi.

Abbiamo intervistato un ragazzo che questo concetto lo ha fatto suo e ha cercato e ricercato attivamente la sua felicità, con viaggi, esplorazioni, occasioni di confronto; e quello che ne ha tirato fuori è stato sorprendente per lui quanto per noi che abbiamo ascoltato la sua storia, ecco perché te la raccontiamo.

viaggiare rende felici
Claudio Piani e il suo viaggio in bicicletta

Claudio Piani ed il suo viaggio intorno al mondo

Claudio Piani è un ragazzo di Milano, un grande viaggiatore, un ciclista comprovato nonché fondatore della pagina Cycling Home From Tibet.

8295 km percorsi…139 giorni10 nazioni1 biciclettaDi nuovo a casa dopo 16 mesi…di cui cinque in bicicletta tra…

Pubblicato da Cycling home from Tibet su Lunedì 17 dicembre 2018

Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia e lui ha risposto così:

“A Giugno 2014 mi sono licenziato dal mio lavoro, lasciando un posto fisso (l’allenatore di basket), una vita quasi perfetta, ottimi guadagni e una vita indipendente con 2 mesi di ferie tutte le estati.

Nonostante questo non riuscivo a soddisfare la mia voglia di viaggiare in quei due mesi estivi, così ad Agosto del 2014 ho deciso di fare un viaggio più lungo del solito, il primo che mi portasse via per un bel pò. Sono così partito da Milano con l’intenzione di raggiungere l’Indonesia via terra.

Ho impiegato cinque mesi per raggiungere Jakarta, spostandomi perlopiù con treni e bus, attraversando una parte dell’Europa e il sud-est Asiatico fino alle isole.
Una volta in Indonesia ho presentato domanda per il visto Australiano, con l’idea di trasferirmi li per qualche mese e recuperare i soldi spesi durante la traversata dell’Asia.

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Il viaggio di Claudio immerso nelle culture del mondo

Ho trovato immediatamente tre lavori che mi permettevano di guadagnare circa 1000 dollari a settimana così alla fine mi sono fermato in Australia per un anno intero, lavorando, viaggiando all’interno del Paese e godendomi la vita Australiana.
Alla fine dell’esperienza non solo avevo recuperato i soldi spesi durante il viaggio in Asia ma avevo anche risparmiato qualcosa per i miei prossimi viaggi.

Decisi di tornare in Italia ancora una volta via terra ma questa volta attraversando l’Asia sub-Himalayana, l’Asia Centrale e il Medio Oriente, tutto in Autostop. Ho impiegato circa 10 mesi per tornare a Milano, attraversando l’Asia per la seconda volta.

I pochi mesi passati in Italia mi fecero capire che la mia sete di viaggi non era finita, così intrapresi un altro grande viaggio, stavolta verso la Cina, direzione Shenzhen, dove trovai lavoro come insegnante di educazione fisica nella scuola pubblica cinese, modello per prodotti Amazon e tutor per lezioni di inglese.

Oltre la particolarissima esperienza vissuta riuscii anche a mettere via dei risparmi che a scadenza del contratto cinese mi permisero di tornare in Italia ancora una volta via terra, questa volta però in bicicletta, partendo dal confine nord del Tibet.

Con l’inizio della mia nuova avventura avevo anche aperto una raccolta fondi per finanziare le opere di un orfanotrofio di bambini rifugiati tibetani in Nepal, iniziativa che avrei scoperto solo più avanti quante gioie mi avrebbe regalato”.

(La raccolta fondi è ancora aperta e chi vuole partecipare può farlo attraverso questo link). Viaggiare rende felici..?

Claudio a questo punto fa una pausa, e noi ne approfittiamo per fargli alcune domande per saperne di più sul suo viaggio e su quello che significa vivere un’esperienza simile, per capire le ragioni delle scelte e ciò che effettivamente ha avuto in cambio dal suo vagare.

Questi viaggi lo avevano davvero arricchito?

– Cosa ti ha spinto ad andare via? Quale è stata la motivazione scatenante?

Credo che l’incontrollabile desiderio di viaggiare, la voglia di conoscere e il costante bisogno di mettermi alla prova siano state le motivazioni principali che mi hanno spinto a licenziarmi 4 anni fa e a partire per quello che pensavo fosse un semplice anno sabatico e che invece si è trasformato nel mio nuovo “modo di vivere”. Da quattro anni infatti sono in giro per il mondo, alternando un anno viaggiando a basso costo ad un anno di lavoro all’estero, generalmente in nazioni dove posso risparmiare rapidamente i soldi necessari per il viaggio seguente.

– Come è nata l’idea di fare un viaggio via terra e come mai hai scelto proprio l’Indonesia come destinazione?

Avevo voglia di partire e fare un viaggio lungo, il più possibile lontano dalle rotte turistiche e a contatto con realtà ancora vergini e possibilmente poco esplorate. Così ho deciso di attraversare tutta l’Asia senza prendere aerei, da Milano fino all’Indonesia, da dove poi avevo intenzione di prendere una nave e raggiungere l’Australia. All’epoca, nell’agosto 2014, non sapevo ancora che avrei attraversato l’Asia via terra altre due volte nei successivi anni (prima in autostop e poi in bicicletta). Soprattutto ancora non sospettavo che per mantenermi avrei fatto decine di lavori per me inimmaginabil: il pastore in Mongolia, il magazziniere in Australia, il maestro di educazione fisica nella scuola elementare cinese e tanti altri.

– Che aspettative ti eri creato del viaggio che stavi per affrontare? Le hai incontrate durante le esperienze in giro per il mondo?

Sinceramente prima di ogni viaggio cerco di non crearmi mai troppe aspettative. Succedono troppe cose che non posso controllare e sono proprio questi avvenimenti il “sale” del viaggio. Credo infatti che viaggiare da soli, specie in regioni poco battute da occidentali ti faccia riscoprire il concetto di destino, che invece tende a svanire nella routine del vita quotidiana. Un treno perso per un soffio può determinare un piacevole incontro, un sorriso ad un passante incuriosito dal tuo zaino può procurarti un inaspettato letto per la notte o un temporale troppo violento può farti rimediare un passaggio in autostop più velocemente.

– C’è un posto che ti è rimasto particolarmente nel cuore? E perché?

Penso che qualsiasi posto abbia qualcosa di speciale o comunque particolare da offrire. Poi ognuno di noi, in base alla sua personalità ed al proprio vissuto si trova più legato ad uno rispetto che ad un altro. Io adoro la montagna, la storia e la cultura buddista/tibetana, quindi per me le zone di incontro tra le catene montuose dell’Hindokush e dell’Himalaya, grossomodo tra India, Pakistan, Afganistan e Tajikistan sono i posti più sensazionali che abbia mai visto. Montagne desertiche e fiumi incontaminati, monasteri buddisti incastrati tra speroni rocciosi quasi inaccessibili e valli disabitate, palcoscenico delle scorribande di Alessandro Magno e del passaggio di Marco Polo.

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– C’è un posto che ha deluso le tue aspettative o che non ti è piaciuto?

Un pochino il sud est asiatico, per quanto meraviglioso. Se viaggi alla ricerca di realtà il più possibile incontaminate cercando di vivere come i locali, in nazioni come Vietnam, Cambogia e Thailandia mi è risultato difficile. Vedere a Siem Reap, in Cambogia, un ristorante messicano o trovare “l’Amaretto di Saronno” sul menu di un bar mi ha profondamente intristito. Così come l’essere costantemente trattato come un “dollaro ambulante” per le vie di Hanoi mi ha molto infastidito. Purtroppo sta diventando sempre più difficile visitare quelle nazioni senza farsi inghiottire nel circuito turistico occidentalizzato. L’unica soluzione credo sia quella di portarsi dietro una tenda e comprarsi una moto.

– Come è stato adattarsi al ritmo della vita fuori rispetto alle tue abitudini quotidiane in Italia?

Sono ringiovanito. In quattro anni ho cambiato nove lavori, attraversato più di trenta nazioni, vissuto in Cina e Australia, dormito in almeno seicento posti nelle più disparate condizioni, mangiato migliaia di pietanze mai provate prima e conosciuto centinaia di persone con culture e storie totalmente diverse dalla mia. Alla fine mi sono dovuto adattare all’adattarmi sempre. Questo però come già detto ha avuto un effetto sensazionale sul mio fisico e sulla mia mente.

– C’è qualcosa che rifaresti di questa esperienza e qualcosa che non rifaresti affatto?

Rifarei tutto e proprio per questo fatico a smettere di vivere questa vita per tornare ad una vita “normale” in Italia. C’è ovviamente un prezzo da pagare per uno stile di vita così intenso… qualche persona purtroppo la si perde per strada continuando a cambiare e questo è l’unico aspetto a cui dovrei stare più attento.

– Conosci già la tua prossima destinazione? Se no, quale vorresti che fosse? Come ti vedi nel tuo futuro?

Pensavo che dopo aver visto tutta l’Europa, l’Asia e l’Oceania mi sarei “spostato” in Sud America e poi in Africa…ma l’Asia mi ha preso troppo. Il Pakistan e alcune provincie della Cina rimangono in cima alla lista dei desideri. Credo che il prossimo viaggio sarà in quella direzione, sempre via terra comunque, magari in moto.

Nel futuro cerco di non vedermi troppo. Sto provando a non perdere “il contatto” con l’Italia che è comunque il paese dove vorrei crescere i miei figli ed invecchiare, ma credo che ancora per qualche anno non sarò stabile a Milano.

– Qual’è la tua definizione di “felicità” oggi?

Non posso dirlo perché racchiude la frase finale di un libro che ho appena finito di scrivere e che spero qualcuno pubblicherà prima o poi. Posso però dire di aver scoperto che la felicità sembra arrivare come le onde, a volte sei al top e a volte ti senti zero. Quello che conta alla fine è solo riuscire a rimanere equilibrati in ogni momento, senza esaltarsi troppo delle “vittorie” e senza deprimersi troppo per le “sconfitte”. Chiave fondamentale in questo credo sia imparare ad ascoltarsi e soprattutto capirsi ed accettarsi. Il cuore ci dice sempre la verità, dobbiamo solo allenarci ad imparare a seguirlo.

– Cosa vorresti dire a chi come te vive una situazione stabile e ha paura di lasciare le certezze per fare un’esperienza come la tua? Viaggiare rende felici?

Lasciare “tutto” e partire all’avventura è sicuramente un argomento delicato e molto soggettivo; legato soprattutto a cosa ci si lascia alle spalle e a cosa ci si aspetta dal viaggio. Alcune persone lo vedono come un percorso tortuoso, altri lo sottovalutano.

Se dovessi dare un consiglio a chi vorrebbe “mollare tutto” per viaggiare o lavorare all’estero, gli direi per prima cosa di capire quali sono le ragioni che spingono a questa scelta; mollare tutto per scappare da una situazione, un luogo o una persona, non è certo la soluzione migliore; mollare tutto per cercare risposte o soluzioni idem; le risposte le si ha dentro di noi, non è necessario volare in India nè in un altro luogo per scoprirle.

Anzi, rientrato in Italia dopo i primi due anni e mezzo di viaggio, avevo sicuramente maturato più domande che risposte.

Credo invece che mollare tutto e partire con l’intenzione di mettersi in gioco e scoprire nuove realtà e stili di vita possa essere una valida ragione.

Partire a “cuor leggero”, senza sentimenti di fuga o sensazioni negative verso il luogo che si lascia, possono far apprezzare maggiormente sia il viaggio che quello che ci si lascia alle spalle, e predisporre l’anima a nuove scoperte e cambiamenti.

Viaggiare rende felici?

L’esperienza di Claudio ci ha emozionati e ci ha fatto sognare ad occhi aperti. Ci ha inoltre fatto riflettere moltissimo su quello che davvero significa andare incontro a sé stessi, ascoltare il proprio cuore e vivere una vita che davvero ci dia qualcosa di profondo e gratificante, seppur apparentemente “non stabile” o fuori dagli schemi della società da cui veniamo tanto bombardati di stereotipi e regole.

Trovare il coraggio per lasciare le proprie sicurezze e buttarsi in una avventura che non si sa nemmeno che forma avrà può spaventare molti e scoraggiare dal fare esperienze di questo tipo.

Ma è vero che viaggiare rende felici? La ricerca del nostro io (attraverso i viaggi o no) può in qualche modo aiutarci a seguire di più quello che siamo, quello che sentiamo e ciò che davvero ci regala gratificazione?

Facci sapere la tua nei commenti! 🙂

Hai vissuto un’esperienza come quella di Claudio e vuoi raccontarcela? Scrivici, saremmo felici di ascoltarla!

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